Davis 76 volée rossa, trionfo azzurro

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coppa-davisDavis ’76 Adriano Panatta ha deciso: per il doppio decisivo della finale di Coppa Davis 1976 vuol giocare con indosso la casacca amaranto. Non vuole né la verde né la blu, con cui ha vinto al Foro Italico gli Internazionali d’Italia in finale opposto a Guillermo Vilas, e al Roland Garros vs Harold Solomon dopo aver battuto Björn Borg ai quarti. Quella cromia non è affatto casuale, e nemmeno un capriccio estetico: il figlio del custode del Tennis Club Parioli, segue il suo cuore, da sempre a sinistra, e provoca. Provoca Augusto Pinochet, il dittatore che ha cancellato la democrazia in Cile solo tre mesi prima, con un colpo di Stato.

Questa è la storia di un vero e proprio scoop sportivo, di quelli che capitano una volta sola nella vita, e sono la somma di fortunate coincidenze praticamente irripetibili.

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Scoppiò, come il solito nel nostro Paese, una polemica ferocissima. Da una parte c’erano i “politici”, che si battevano per aggregarsi al resto nel mondo nel boicottare la gara, e dall’altro gli “sportivi”, che sostenevano che proprio lo sport, poteva recare agli occhi del mondo, il terribile problema cileno. La finale diventa così un affare di Stato. L’Unione Sovietica, della stella Alex Metreveli, che ha vinto l’edizione ’73 di Wimbledon caratterizzata dal boicottaggio che ha avuto un ruolo decisivo nella nascita dell’ATP, ha infatti rinunciato a ospitare il Cile. Una scelta motivata da ragioni esclusivamente ideologiche, coerente con quella messa in atto il 21 novembre 1973, quando la nazionale di calcio dell’URSS non si recò a Santiago per il ritorno dello spareggio qualificazione per i Mondiali di Germania. Le autorità decisero di iniziare lo stesso, e il gol farsa del capitano Francisco Valdés, senza avversari, prima del triplice fischio, sancì una gioia a metà. In Italia dicembre arriva a chiudere un anno nero, passato attraverso il terremoto in Friuli, lo Scandalo Lockheed, gli omicidi del giudice Vittorio Occorsio, che si stava occupando della strage di Piazza Fontana, del vicequestore Francesco Cusano e del brigatista Walter Alasia. Ma la politica, e non solo, si mobilita per una partita di tennis.

Come ogni regime totalitario, anche la dittatura di Pinochet si basava su un messaggio ideologico e politico poco razionale, che pertanto richiede un investimento emotivo maggiore per essere accettato. Non è stato il primo, e certamente nemmeno l’ultimo, a cercare di trasformare lo sport in uno strumento di propaganda. Una strada avviata in epoca romana, con il sistema del panem et circenses, ripresa da Benito Mussolini con i Mondiali di calcio del ’34, da Adolf Hitler con il peso massimo Louis Schmeling, che divenne l’eroe del Terzo Reich battendo l’americano nero Joe Louis, perdendo però il rematch; in mezzo c’era stato anche il terremoto Jesse Owens. Una storia che avrebbe vissuto un nuovo capitolo nel 1978, nell’Argentina di Jorge Rafael Videla, che aveva ereditato l’onore e l’onere di organizzare i Mondiali, e ne avrebbe fatto un’occasione per migliorare l’immagine pubblica della nazione cercando di nascondere la povertà e l’orrore dei desaparecidos. Pinochet cercava lo stesso effetto osmotico con la finale di Coppa Davis. E in Italia, che ha vissuto di dualismi lungo tutto l’arco della sua storia, la polarizzazione delle posizioni sembra insanabile. Cortei e manifestazioni si susseguono al grido “Non si giocano volée con il boia Pinochet”, Panatta viene accusato di essere miliardario e fascista; lui, diventato benestante col talento ma che mai si è identificato con i progetti della destra liberale, figurarsi con quella estrema. Per Bettino Craxi c’e una partita più importante da vincere, quella della democrazia, e anche Domenico Modugno canta in favore del boicottaggio. Il governo di Giulio Andreotti intanto non prende posizione, aspetta. L’estrema sinistra spinge per il rifiuto. Ma Pietrangeli e i tennisti vogliono giocare. Andreotti fa decidere al CONI. Il CONI si affida al parere della Federazione. La Federazione, che ha da poco nominato Paolo Galgani nuovo presidente, aspetta di vedere da che parte tira il vento e alla fine si fa convincere da Enrico Berlinguer, l’ideatore dell’euro-comunismo, che si muove in direzione contraria rispetto all’Unione Sovietica. Il segretario del PCI matura la decisione dopo essersi in qualche modo consultato con il leader comunista cileno Luis Corvalán, che gli suggerisce di non procedere con un boicottaggio che si sarebbe potuto rivelare vantaggioso per Pinochet, verso il quale il consenso nazionalistico cresceva. Ignazio Pirastu, allora responsabile della Commissione Sport della Direzione del PCI, lascia cadere lì un messaggio-invito in un dibattito televisivo alla presenza anche di Nicola Pietrangeli. A quel punto il Rubicone è passato, si va in Cile.

Come capita sempre nella vita, quello che è una disgrazia per molti, può diventare una fortuna per pochi, e infatti l’occasione ci aprì una possibilità unica, quella cioè di riprendere noi soli l’avvenimento (e quindi la quasi sicura vittoria italiana) con un’esclusiva mondiale irripetibile.

Non ci volle molto a decidere che la cosa si doveva fare. Per farla breve, dopo una settimana mi ritrovai a Fiumicino con una cinepresa 16 mm (la mitica Arriflex) e soli 1.000 metri di pellicola da poter utilizzare. All’epoca, infatti, la pellicola costava carissima e noi non potevamo certo scialare. Per darvi un’idea, 1000 metri (che all’epoca costavano all’incirca come 1500 euro) duravano poco più di un’ora e mezza, l’equivalente di una cassetta e mezzo di nastro miniDV di oggi (del valore di 4-5 euro!). Non si può dire che non siano stati fatti progressi… .

Il viaggio durò quasi 24 ore, con un vecchio e scomodissimo DC8, via Madrid, Rio de Janeiro e Buenos Aires. Mi ricordo che conobbi un simpaticissimo dentista romano, arci tifoso di tennis, che mandò al diavolo il comandante dell’aereo allorquando, sorvolando le Ande, lui uscì fra noi passeggeri indicando un punto sulle montagne ove, pochi mesi prima era precipitato un aereo e i passeggeri, per sopravvivere, avevano mangiato le carni dei compagni morti. Un caso di cannibalismo (da cui fu tratto anche un film) che aveva fatto scalpore. Angelo (così si chiamava) chiese seriamente al capitano chi stesse pilotando e, alla sua candida risposta che c’era il pilota automatico, non esitò a mandarlo al diavolo, dicendo che lui aveva pagato un biglietto normale e che pretendeva un pilota vero!

A Santiago l’atmosfera era surreale. La città sembrava divisa in due. La povera gente cercava in tutti i modi di parlare con i giornalisti stranieri per raccontargli delle atrocità del nuovo regime, e la parte “bene” della città profittava, invece della vetrina internazionale per cercare di dimostrare che la situazione era del tutto tranquilla. Alloggiai nell’hotel più lussuoso, ma solo perché c’era pure la squadra (i mitici Pietrangeli, Panatta, Barazzutti e Bertolucci.) Faceva un caldo torrido, ma per fortuna c’era una bellissima piscina, dove si esibivano in tanga le giovani mogli dei tennisti, all’ombra di un alto… albero di Natale. Sì, perché, malgrado tutto, eravamo a metà dicembre… Io non ero conosciuto dalla squadra, quindi faticai un po’ a farmi accettare, ma, con l’invadenza obbligatoria del mio lavoro (se non lo fai non torni a casa col materiale) riuscii a seguire tutti gli allenamenti, compresi i trasferimenti in pullman. L’atmosfera attorno a noi era molto serena e tutti, naturalmente, cercavano di sorriderci e far apparire tutto roseo. Anche la popolazione era molto cordiale e socievole, come tutti i sudamericani e poi c’erano le più belle ragazze che io avessi mai visto! Una popolazione davvero bellissima.

Non hanno molte speranze, i sudamericani, ma l’entusiasmo è altissimo, tanto che la capienza dello stadio viene aumentata da quattromilacinquecento a seimila spettatori. C’è anche Renato Vallanzasca, che dovrebbe essere latitante. Ma il bel Renè, secondo quanto afferma il giornalista Mario Campanella dopo una serie di interviste nel carcere di Voghera, si imbarca a Parigi sotto falso nome per trattare con le autorità cilene una latitanza mai concretizzata. Luis Ayala, capitano del Cile, fa giocare Jaime e Alvaro Fillol, Patricio Cornejo e Belus Prajoux Nadjar. Chiama anche il giovane Juan Pedro Hans Gildemeister, che aveva fatto molto bene poche settimane prima in un torneo internazionale a inviti a Santiago (semifinale in singolare, vittoria in doppio con Cornejo. In tabellone anche Alvaro Fillol, fuori al secondo turno, ma vittorioso al primo su Bertolucci). Nel primo singolare, sotto gli occhi dell’arbitro unico, l’argentino Enrique Morea, che dirige tutte le partite con la coppa sempre al fianco, Fillol parte meglio con Barazzutti, che va sotto prima 0-4 poi 3-5 nel primo set, ma chiude 7-5. La regolarità dell’azzurro ha la meglio: finisce 7-5 4-6 7-5 6-1. Non c’è storia tra Panatta e Cornejo: 6-3 6-1 6-3 e due terzi di coppa prendono la via dell’Italia.

Quella del doppio, per tradizione, è la giornata della presentazione ufficiale: scambio di gagliardetti, inni nazionali. Sugli spalti non c’è un posto libero. Panatta convince Bertolucci, un po’ restio inizialmente per timori di possibili ritorsioni, a iniziare in rosso. Il cambio cromatico sembra, però, non funzionare. I cileni danno tutto, e vincono facile il primo set. Ma secondo e terzo sono italiani. Dopo il riposo Italia avanti 5-3, 40-0, servizio Panatta. Paolo sbaglia il primo match point, Filiol e Cornejo annullano secondo e terzo. La tensione è al massimo. Altro match point: servizio profondo e risposta a rete di Fillol. Dopo tre ore di battaglia e paura, è finita. La prima Davis italiana diventa realtà. Dopo la pausa, alla fine del terzo set, Panatta e Bertolucci si erano cambiati, abbandonando la maglietta rossa. Il trionfo andava celebrato in casacca azzurra. Ed io, che avevo ripreso le partite dagli spalti, mi ritrovai in campo a riprendere la squadra, con Pietrangeli, il capitano, che alzava al cielo la mitica Coppa Davis, mentre faceva il giro di campo, ebbro di felicità.

di Gigi Oliviero

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