Pasolini e la visione cristiana dell’amore

14055814-mmmainPasolini e la visione cristiana dell’amore. Ripartendo dall’idea dell’amore inteso come impegno non solo troveremo un’autentica serenità inte­riore ma produrremo anche benefici sociali spezzando le catene della non cultura del non amore. Un amore che può andare anche oltre una visione cristo centrica, che può sussistere persino fuori da schemi e dogmi, come lo stesso Pasolini ebbe modo di rappresentare attraverso il ‘Vangelo secondo Matteo’, ma che comunque si espliciti libero da qualsivoglia forma di corruzione. Un amore così, anche se eretico, rappresenta comunque il perno di una società sana e che guarda a un futuro. Siamo invece divenuti una ‘società gerontofila’ di ‘over 60’ strutturata, in gran parte, da ex sessantottini or­mai in tarda età e senza pace, che da rivoluzionari della rottura dei tabù e delle italiche censure vi­vono ormai sfrenatamente una presunta eterna giovinezza epicurea e di facciata nella paura dell’altro. Il tutto o perlomeno in parte sembrerebbe rispecchiarsi nella destrutturante desolazione fuoriuscita da “Le particelle elementari“ di . Un romanzo che già dipingeva assai bene, dieci anni or sono, quelle fatue molecole in agitazione. Eppure, nonostante la desolazione di valori e riferimenti, si lasciavano ancora intravedere tardivi scorci di orizzonti attraverso la malattia e la conseguente invalidità che purtroppo, nell’incapacità di amarsi pur necessitandolo, segna sempre tragici epiloghi. Tra tanta generosità investita con errori e orrori, il ’77, al contrario, fu un coincide­re tra un pubblico e privato in coscienze rese umanizzante e responsabili nonostante tutto, dunque tutt’altro che rigida, asettica suddivisione del sociale dal privato. Dopodiché quelle stesse coscienze furono semmai disumanizzate e approfittatrici dell’uno sull’altro nell’edonismo tracciato dagli anni Ottanta a seguire. Ci stiamo perdendo l’amore, la voglia di vivere e di condividere con i nostri con­simili se purtroppo non abbattiamo doppiezze e conformismi abbandonando futili difese. Non lavia­moci le mani facendo del bene a distanza o soltanto a chi, essendo di altra specie, non potrà mai es­sere un interlocutore alla pari, sporchiamoci le mani, ma non per sottrarre, bensì per donarci senza riserve, avendo profonda compassione della tigre e la sua fame, così come il più grande Pasolini ebbe teneramente modo di esternare con i suoi “appunti” sull’India. E anche il ’68 ricordiamolo al­tresì come una rivolta di repressi borghesi, con umanità e senza iniquità di cuore così come Pier Paolo fece a Valle Giulia: “Avete facce di figli di papà […] Avete lo stesso occhio cattivo. / Siete paurosi, incerti, disperati […] ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: / preroga­tive piccolo-borghesi […] Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatiz­zavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri”. E se il nostro donarci sarà anche “cro­ce” tra “delizia” così come lo immortalò Sandro Penna, ebbene che quella croce, che pure è esplici­to supplizio, sia forza e valore aggiunto e non perdizione, l’esser “sempre fanciulli”, puri dentro e non impauriti da un dolore dal quale anestetizzarsi e sfuggire. Se “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” cantava l’ancora tanto amato dai borghesi sessantottini Fabrizio (come pure tanto amato da loro è lo stesso Pier Paolo). Bisognerebbe uscire fuori dagli alibi di coscienza connaturati nel rito di costume, avere uno scatto di coraggio che manca senza un preciso impegno. E se amare è la scelta nonostante il possibile dolore, che sia comunque d’esempio all’altro del senso di responsabilità ad amare prima di tutto, a partire dall’onestà e la coerenza dei sentimenti e non dal computo matematico di un dare e un avere da ‘sottrarre’. E allora, solo allora comprenderemo e non ci suonerà più tanto strano che, senza alcuna retorica o utopia e sia pure nel rigore poetico dell’alle­goria, potremmo anche ambire ad avere un monarca che ami i propri sudditi e un futuro per noi tutti superando finalmente il modello nichilista e sucida di una società edonista e corrotta di pressapochi­smo materialista.

Di Enrico Pietrangeli

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