Pensioni e assistenza in tempi di recessione

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pensioniPagare le pensioni e mantenere uno standard accettabile di assistenza sanitaria e sociale, in tempi di recessione economica, rappresenta per gli stati europei una delle maggiori difficoltà. Nonostante tutto il sistema, nella maggior parte dei casi, non è ancora crollato e questo perché l’Europa, anche se per vigliaccheria non ha voluto riconoscerlo nella sua Costituzione, ha radici cristiane e quindi, nel solco della sua antica tradizione, è particolarmente attenta alle necessità dei più deboli. Il Welfare State non fu un’invenzione di Franklin Delano Roosevelt, ma ha origini assai più antiche, in quell’Italia del Seicento, il secolo segnato dalla Controriforma, che il pregiudizio anticattolico definisce oscurantista. Come ci ricorda Irving Lavin, docente all’Institute for Advanced Studies di Princeton, fu il napoletano Antonio Pignatelli, divenuto Papa nel 1691 col nome di Innocenzo XII, a trasferire la competenza sulle opere assistenziali, sino allora demandate a privati, confraternite e ordini religiosi, allo Stato. Per la prima volta nella storia un’amministrazione statale, quella pontificia, si assunse l’onere dell’assistenza di malati e bisognosi. Le donne inabili al lavoro vennero così ospitate nel palazzo del Laterano e gli uomini nell’ospizio di San Michele, a Ripa Grande. Quando Roma fu devastata dalla peste, dal terremoto e dall’inondazione del Tevere del 1695, Innocenzo XII prosciugò il tesoro pontificio per garantire assistenza e ricovero ai “senzatetto”… fu lui ad usare per la prima volta questo termine. “Sono loro i miei veri nipoti” così soleva dire, in un’epoca in cui il nepotismo imperversava scandalosamente, garantendo ai parenti e ai clientes del pontefice di turno ogni sorta di titoli e di benefici. Contrariamente a quanto avevano fatto i suoi predecessori, egli negò ai suoi parenti qualsiasi privilegio, arrivando al punto di non concedere la porpora cardinalizia all’Arcivescovo di Taranto, persona degnissima, per il semplice fatto che era suo nipote. Così facendo, si attirò le antipatie dei potenti, dei quali cercò di arginare gli sprechi e i soprusi, divenendo oggetto di scherno e di velenose “pasquinate”. Particolarmente ridicolizzato era il suo nasone e il suo pizzetto…Innocenzo XII fu l’ultimo Pontefice a portare la barba. Ben altre sono le ragioni per cui certi governanti di oggi sono messi alla berlina. Se confrontiamo i loro costumi con quelli del sant’uomo c’è di che vergognarsi per loro. I poveri, invece, l’amavano anche se non pochi di quelli cui aveva dato un ricovero e mezzi di sostentamento si mostravano restii ad abbandonare la loro vita di vagabondi. Le cronache dell’epoca riportano le parole di alcuni di loro: “Preferiamo vivere mò qua mò là, a scrocco, senza fare fatica…e chi gusta una volta della furfanteria non può così facilmente ritirarsi”. Parole che ci riportano alla triste realtà dei nostri giorni. Roma, come allora, è piena di poveracci luridi e cenciosi, che trascorrono le giornate mendicando per le vie e la notte si ritirano in ricoveri di fortuna o magari tra i cartoni, sotto i portici o sui marciapiedi. Uno spettacolo straziante, cui non è facile por fine perché, come ai tempi di Innocenzo XII, molti di quei “senzatetto” o perché malati di mente o alcolizzati o drogati o semplicemente “furfanti”, restii a qualunque forma di vita civile, rifiutano di essere umanamente alloggiati e assistiti.

di Federico Bernardini

 

 

 

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