Sol Levante tra riso e frammenti di futuro

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Sol-Levante-in-guerraSol Levante riso e frammenti di futuro. Per i Giapponesi l’Onore e il Coraggio sono virtù imprescindibili. E’ per questa ragione che essi hanno sempre trattato con crudeltà i prigionieri di guerra, non per le stesse folli ragioni dei nazisti, ma perché nella loro cultura chi si arrende perde l’Onore e manifesta viltà. C’è un episodio, nella vita di Dacia Maraini, che ne parla tra l’altro in Bagheria, che esemplifica questa mentalità. La sua famiglia si trovava in Giappone al momento dell’Armistizio. Gli Italiani si trasformavano, di punto in bianco, da alleati in nemici. Fu così che furono internati. Suo padre, Fosco Maraini, il grande etnologo, era lì in missione scientifica. Il trattamento era durissimo, ai limiti della sopravvivenza, e Fosco, profondo conoscitore della cultura giapponese, in presenza dei carcerieri, si tagliò una falange della mano sinistra. Un gesto che faceva parte di un codice, col quale riacquistava l’Onore. Lo massacrarono di botte ma gli assegnarono una capra, col cui latte la sua famiglia riuscì a scampare alla morte per fame. Certo c’è anche il rovescio della medaglia e se ne potrebbe parlare: la grande competitività, da cui dipende l’alta percentuale di suicidi, soprattutto fra gli studenti che falliscono agli esami di ammissione alle più prestigiose università, un rapporto di fedeltà aziendale che in Italia verrebbe considerato pazzesco e penalizza l’interesse del singolo lavoratore rispetto a quelli dell’azienda. Una cosa che si può capire solo facendo appello, pur in una società fra le più moderne ed evolute tecnologicamente, a quella tradizione, a quella vena sotterranea cui facevo riferimento sopra. Ma per capire veramente l’anima tradizionale del Giappone, un’anima insidiata dal modernismo e dall’occidentalismo, su cui l’autore versa lacrime amare, vi invito a vedere i film dei famosi cineasti in lingua originale, è importante (con le didascalie, ovviamente, se non parlate giapponese).

Come Milano non è l’Italia, così Pechino non è la Cina. Il cuore pulsante del paese asiatico non sta neppure tanto nella capitale, ma nelle città nate e cresciute come funghi all’ombra della crescita economica. Il futuro forse è già fra noi: solo non ancora equamente distribuito. Quasi sempre è così. I cambiamenti, specie se economici, di solito sono così piccoli e graduali che è difficile notarli anche quando ce li hai sotto il naso. Non in Cina, però: quando un paese raggiunge un tasso di crescita mostruoso, e non per qualche anno, ma per decenni, la differenza si vede, letteralmente. La sensazione è questa: come se si continuasse a tenere premuto il dito sul fast forward della storia. Mettiamola così: 25 anni fa i cinesi avevano un tenore di vita grosso modo simile a quello dei nostri bisnonni; gli italiani dei primi del ‘900. Oggi invece ci sono molto più vicini: restano ancora relativamente poveri, è vero, ma poveri quanto lo eravamo noi alla fine degli anni ’60. A filtrare, in occidente, è quasi sempre il racconto della Cina industriale: socialismo reale a forma di cemento, palazzoni affollati, fabbriche, inquinamento. Chi si aspetta un panorama così non rimane deluso, almeno nel momento in cui l’aereo frena sulla pista e poco lontano s’intravedono scatoloni grigi all’apparenza inadatti a contenere qualsiasi forma di vita umana. Poi però basta mettere piede dentro per capire che, come molti stereotipi, anche il racconto della Cina è un quarto vero, un quarto completamente inventato: il resto esagerato o sminuito, con dettagli fondamentali di cui nessuno parla e altri trascurabili ingigantiti come se potessero descrivere tutto.

di Federico Bernardini

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