Italia: oltre 500 ospedali a rischio sismico, e la Lorenzin sta a guardare

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Terremoto-in-centro-Italia-le-immagini-di-Amatrice-distrutta-16-1Italia. Il primo a lanciare l’allarme sul rischio di crollo delle strutture ospedaliere in caso di terremoto fu l’allora capo della protezione civile Guido Bertolaso. Era il 9 giugno 2009 quando, relazionando al Senato su quanto accaduto pochi mesi prima all’ospedale San Salvatore dell’Aquila reso inagibile dal terremoto che aveva distrutto la città, disse chiaro e tondo che in Italia erano almeno 500 gli ospedali a rischio sismico che, in caso di terremoto, avrebbero fatto la fine di quello del capoluogo abruzzese. Strutture che si trovavano principalmente lungo tutta la dorsale appenninica e nelle regioni meridionali – diceva Bertolaso – “considerate punto di riferimento in caso di emergenza e che avrebbero bisogno di interventi di messa in sicurezza perché si trovano in zone a rischio sismico, idrogeologico o vulcanico”.

Ma “la riqualificazione degli ospedali italiani, secondo le norme tecniche antisismiche, procede in maniera lenta e parziale nelle regioni a maggior rischio sismico”. E, considerando che gli ospedali non sono gli unici edifici pubblici a rischio, per realizzare la messa in sicurezza di tutti gli edifici pubblici, disse allora sempre Bertolaso, servirebbero “una decina di Finanziarie messe insieme”. Senza contare, sottolineava con amarezza il capo della Protezione civile, che “ci vogliono anni per concordare e condividere le azioni da mettere in campo”. Allora, nonostante il clamore suscitato dalla tragedia del terremoto de L’Aquila, la notizia dei 500 ospedali a rischio non sollevò un caso né diede il via a piani straordinari, come dovette rilevare sommessamente nel 2013 la relazione conclusiva della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Ssn presieduta da Ignazio Marino che riconfermava il dato dei 500 ospedali a rischio, supportandolo con un approfondimento della situazione sulle verifiche effettuate su 200 edifici ospedalieri in base a un protocollo per la riduzione del rischio sismico avviato dal Governo nel 2003. Ebbene, secondo questo report, il 75 per cento dei 200 ospedali verificati presentava un indicatore di rischio di stato limite di collasso compreso tra lo 0 e lo 0,2 (lo “0” indica il rischio più alto), quindi carenze gravissime.

“Se cioè – si leggeva nella relazione finale della commissione Marino – si verificasse un terremoto particolarmente violento con magnitudo superiore a 6,2-6,3, il 75 per cento degli edifici che sono stati verificati crollerebbe”. Un dato che scenderebbe al 60% nel caso di terremoti meno gravi ma comunque importanti, ossia un terremoto di intensità 6 della scala Richter, come quello che ha scosso questa notte il Centro Italia. Del resto, si leggeva ancora nella relazione della Commissione d’inchiesta, “solo l’8 per cento di tutti gli edifici ospedalieri italiani è stato progettato dal 1983 ad oggi: la stragrande maggioranza risale quindi a periodi antecedenti alla adozione della normativa antisismica dal 1983”. Il sisma che ha distrutto un pezzo dell’Italia centrale, cancellando dalle carte interi paesi, con quelle immagini inequivocabili del crollo dell’ospedale di Amatrice in provincia di Rieti, ormai inagibile e dove i ricoverati sono stati evacuati nella notte allestendo una sorta di punto di soccorso all’aperto, conferma il quadro desolante denunciato prima da Bertolaso e poi da Marino. Da allora qualcosa è stato fatto ma evidentemente molto poco. I soldi non ci sono e la macchina burocratica per usare quelle poche risorse disponibili è lenta. Molto più lenta di un terremoto.

 

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