Sofferenze banche: la menzogna dei tassi zero ed incapacità al credito

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mario_draghi_1Banche. È menzogna che i tassi zero rechino danno agli istituti di credito. Sì, perché, per sofferenze bancarie l’Italia è il fanalino di coda in Europa. Di contro, stipendi, e bonus dei banchieri, sono sul primo gradino del podio. Come si spiegano i cattivi risultati di gestione, le cospicue sofferenze, e le laute retribuzioni della dirigenza? Presto detto: banchieri inquisiti e molte condanne. E le banche italiane per sopperire ad incagli e sofferenze, e nel tentativo di ridurre i costi, procedono alla serrata degli sportelli, tagliando di fatto migliaia di posti di lavoro. Unicredit, ad esempio, solo nell’ultimo anno ha chiuso 800 sportelli, tra filiali nostrane ed estere. Si stima che al termine del piano di ridimensionamento, vi saranno sul tappeto oltre 100.000 lavoratori. Andavano meglio quando i direttori di agenzia avevano facoltà di erogare prestiti (fino ad un certo importo) perché stimavano i clienti, e dialogavano. Ora tutto invece è nelle mani di commissioni centrali, il filtro è scomparso. I direttori redigono solo memorie, ed i prestiti concessi solo in base ad elucubrati carteggi. Il cliente è diventato una numerazione binaria. A dar avallo alle sofferenze, sono scesi in campo numerosi esperti che hanno puntato l’indice contro il Presidente della Bce, Mario Draghi, reo di una politica monetaria, che paralizzerebbe tutto il settore. Falso. A tassi più elevati si concedevano prestiti in rapporto al costo del denaro, per cui nulla in sostanza è cambiato, eccezion fatta per la concorrenza divenuta acerrima. In passato vigevano regole più elastiche, per cui gli istituti di credito sforavano il tetto della decenza, con tassi usurai, che in ogni caso talune banche continuano ad applicare, impunite. In Germania, per non dar fondo al patrimonio, si applicano tassi in negativo sui depositi. La Bce ha immesso, e continuerà a farlo, denaro al sistema pari a 80 miliardi di euro al mese, ma gli effetti sulla crescita sono impalpabili, giacché si preferisce investire in titoli a garanzia statale, con minor guadagno, e a stringere i cordoni sui prestiti, meno sicuri. E Pmi e famiglie? A secco. Di qui meno sviluppo e poveri consumi; del domani non v’è proprio certezza.

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