Mar Adriatico a rischio maremoto. Possibili onde di oltre un metro

21_luglio_blog_1Mar Adriatico. Un maremoto in Mar Adriatico può generare onde superiori al metro nel Salento e sul promontorio del Gargano. Fra i 50 centimetri e il metro nel resto della Puglia e in una porzione di terra in Molise. Onde con dimensioni inferiori lungo il resto delle coste italiane, Abruzzo compreso. Sei le faglie in grado di provocare tsunami. La più pericolosa sotto l’Egeo. Un terremoto da quelle parti può provocare onde che raggiungerebbero il «tacco» dello Stivale in 25 minuti, il Gargano in 55 minuti, l’Abruzzo in 80. Sono gli scenari previsti in caso di terremoto con tsunami nel mare Adriatico. E descritti in un minuzioso studio condotto da sei ricercatori: Mara Monica Tiberti, Stefano Lorito, Roberto Basili, Alessio Piatanesi e Gianluca Valensise (nella foto) dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (sezione di sismologia e tettonofisica) e Vanja Kastelic dell’Università di Ljubljana in Slovenia. Sono state prese in esame sei faglie potenzialmente minacciose per le coste adriatiche dell’Italia. Si trovano di fronte alle Marche, all’Emilia Romagna, in Croazia, tra l’Albania e il nord della Grecia, nel Mar Egeo. In caso di terremoto potrebbero causare tsunami. Sono stati studiati anche scenari con l’altezza massima dell’acqua. Codificando la minaccia in tre diversi livelli: marino, terra e terra severa (con colorazioni giallo, arancione e rosso). La parte meridionale della Puglia, di fronte all’Albania, e il promontorio del Gargano sono «le porzioni della costa adriatica di fronte alla minaccia più grande». Maggiormente sicura la parte settentrionale della costa adriatica, dove si trovano le città di Venezia e Trieste. Solo la regione a sud del delta del Po può soffrire di tsunami, anche a causa della sua vulnerabilità (territorio estremamente piatto).

Dall’anno 1000 a oggi, cinque maremoti sono avvenuti in Adriatico (sui 32 registrati in Italia). Catalogati dal Servizio sismico nazionale. Il primo avvenne nel 1511 nel Nord Adriatico e causò un innalzamento del mare a Trieste. Il secondo, ben più grave, colpì l’area tra il Gargano e il Molise nel 1627 (onde alte fino a cinque metri si abbatterono tra Fortore e San Nicandro, nei pressi del lago di Lesina, e colpirono anche Termoli e Manfredonia). Nel 1672 un maremoto interessò l’Adriatico centrale, causando inondazioni a Rimini. Sempre fra Rimini e Cervia si verificò un innalzamento del mare, in seguito a un terremoto, nel 1875. Più recentemente, nel 1979, il maremoto colpì l’ex Montenegro. E l’Abruzzo? Una regione ad altissimo rischio sismico – in particolare lungo la dorsale appenninica – ma che non corre grossi pericoli in caso di maremoto. Le onde, fra San Salvo e Martinsicuro, potrebbero non superare il mezzo metro di altezza. «E va considerato che in Abruzzo ci sono poche pianure costiere», precisa Gianluca Valensise dell’Ingv, uno dei massimi esperti di faglie in Italia, «nell’Adriatico non ci sono grandi faglie o grandi zone di subduzione come quelle presenti nella zona dove è avvenuto l’ultimo terremoto. L’unica di una certa importanza passa sotto l’Egeo ma è comunque piccola rispetto a quella del Giappone. E non esistono neanche faglie crostali, cioè più superficiali, tipo quella che provocò il sisma di Messina. Le strutture della zona adriatica sono compressive, limitate. E quindi anche i pericoli sono limitati. Gli tsunami più importanti possono essere generati da un terremoto nell’Arco Egeo fino a Creta, con effetti pesanti sull’Italia meridionale e nel mare Adriatico. In particolare in Puglia, nella Calabria orientale e nella zona catanese». Lo studio firmato dall’Ingv sugli tsunami in Adriatico vuole rappresentare soprattutto una valida guida per la progettazione di «un’allerta precoce», per la «valutazione dei rischi» e la «pianificazione del territorio». «In mezz’ora si può fare tanto» chiarisce Valensise «ma sistemi di allerta tsunami, in Italia, sono presenti solo a Stromboli, dove si verificò un maremoto nel 2002.

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