Il Governo s’inventa il salva-banche da 20mld. Altre lacrime e sangue. Ecco perché

Il Governo s’inventa il “mercante in fiera” sulle ricapitalizzazioni delle banche italiane, e non solo. Infatti, è stato approvato dalle Camere, l’intervento sui capitali degli istituti di credito italiani in crisi, per il 2017, fino ad un massimo di 20 miliardi. E fin qui, a rimetterci, indovinate un po’, saranno i soliti noti, ovvero gli italiani. Ma la storia non finisce qui, ora occorrerà vedere se BCE e Bruxelles daranno il loro avallo. Il primo, duro scoglio, è di sicuro MPS, e di seguito le quattro banche ripulite, Banca Marche in testa. La cifra stanziata dallo Stato presuppone che presto altri bubboni scoppieranno. Il passaggio al possibile intervento di Stato è atto dovuto, ma c’è sempre un ma, e guarda caso è proprio la  Germania, il paese che più di ogni altro ha spinto per far pagare i privati nelle crisi bancarie, è nello stesso tempo quello che si è impegnato maggiormente ad evitare di farlo. Per Berlino la posta in gioco era chiara dal 2013: in tutti i modi si sarebbe dovuta scongiurare l’ipotesi di una crisi come quella delle quattro banche italiane, che ha diffuso il panico tra gli investitori, generando una pericolosa reazione a catena che ha poi coinvolto anche gli istituti sani del Paese (anche per la svalutazione delle sofferenze al 17% del nominale richiesta da Bruxelles). Il salvataggio di Hsh Nordbank, con il definitivo via libera della Commissione Ue, ha smascherato la strategia del governo tedesco nei salvataggi bancari, che ha sempre trovato una sponda a Bruxelles.

L’aspetto fondamentale della vicenda riguarda le tempistiche. Nel maggio 2013 Hsh Nordbank ha chiesto per la terza volta aiuti di Stato attraverso un incremento da 7 a 10 miliardi della garanzia pubblica fornita dai due Lander azionisti all’85% della banca. La reazione della Commissione è stata rapidissima: a fine giugno 2013, a soltanto un mese di distanza, Bruxelles ha dato l’approvazione temporanea agli aiuti di Stato, aprendo un’indagine sulla banca. Difficile capire la natura di questo via libera concesso da Bruxelles prima ancora di avviare l’indagine. Di certo l’ok provvisorio del giugno 2013 si rivelerà poi un elemento chiave. Meno di un mese dopo, il 10 luglio, la Commissione ha pubblicato la comunicazione sul settore bancario che ha imposto il burden sharing a partire dal primo agosto 2013. Da quel momento il conto delle crisi bancarie sarebbe stato pagato innanzitutto da azionisti e creditori subordinati (come avvenuto poi anche in Italia): così Berlino, dopo avere completato i salvataggi nazionali con 250 miliardi di denaro pubblico, si è messa al riparo da potenziali salvataggi di banche di altri Paesi in tempi di Unione bancaria quando in Italia il governo in carica diceva che il sistema creditizio era sano ed al riparo da qualsiasi turbolenza. Grazie alla velocità degli uffici di Bruxelles (che invece in seguito si sarebbero mostrati lenti nelle decisioni), Hsh Nordbank ha potuto alla fine applicare regole di gran lunga meno stringenti delle altre banche europee in difficoltà. Si è deciso, infatti, che la nuova normativa della Commissione non fosse retroattiva (a differenza del bail-in) e non si applicasse neppure alle banche che avessero ricevuto un ok provvisorio, come quello ottenuto da Hsh Nordbank. Peraltro, a rigor di logica, lo stesso trattamento di favore allora dovrebbe essere garantito in futuro a tutte le banche europee che hanno ricevuto un via libera della Commissione prima del luglio 2013 (tra queste c’è per esempio anche Mps). Le decisioni di Bruxelles sono state spesso accusate di eccessiva arbitrarietà, sia nel merito che nelle tempistiche. Va ricordato che, a differenza di regolamenti e direttive, le comunicazioni di Bruxelles (come quella del luglio 2013 sulle banche) sono atti unilaterali, non soggetti all’approvazione del Parlamento e degli Stati: perciò il loro valore giuridico è dubbio, al punto che l’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue ne ha contestato la legittimità nei confronti degli Stati membri.

Dall’agosto 2013 tutto è cambiato. La Germania è diventata il paladino del burden sharing e del bail-in, negando ogni possibile ammorbidimento delle regole. La Commissione, che aveva dato l’ok provvisorio a Hsh in un mese, ha avuto bisogno di oltre due anni per un “accordo di principio” (arrivato a ottobre 2015, quindi ben oltre l’agosto 2013) e di tre anni per il via libera definitivo. Così alla banca tedesca è stato concesso molto tempo per rimettersi in sesto: per la vendita dell’istituto c’è ora tempo fino al febbraio 2018, ma questa scadenza è ulteriormente rimandabile di sei mesi e i Lander azionisti potranno mantenere il 25% per altri quattro anni. Le condizioni di cessione dei crediti navali deteriorati non sono ancora state definite. La differenza con quanto avvenuto in Italia è evidente, anche perché la politica italiana è stata meno attenta e lungimirante di quella tedesca. Dopo aver temporeggiato per anni, Bruxelles ha negato bad bank e interventi del Fitd (quest’ultimo dotato di risorse private delle banche, ma considerato aiuto di Stato) a causa delle nuove regole. A novembre 2015, con il bail-in in partenza da inizio 2016, le quattro banche sono state obbligate a svalutazioni penalizzanti e alla cessione entro il 30 aprile. La proroga dei termini per la vendita, richiesta dall’Italia, è stata concessa dalla Commissione il 29 aprile, soltanto un giorno prima della scadenza, creando preoccupazione fino all’ultimo anche nei clienti delle banche coinvolte (come ha ricordato Maria Pierdicchi, consigliere degli istituti). Ma la maggiore differenza del caso italiano riguarda le perdite di azionisti e creditori subordinati. Se una situazione simile fosse capitata a Hsh Nordbank, la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle Finanze si sarebbero trovati in grave difficoltà, perché qualche investitore istituzionale avrebbe registrato perdite (a cominciare dal fondo Jc Flowers, azionista al 9,3% della banca), scatenando il panico anche su altri istituti tedeschi, come avvenuto in Portogallo per Novo Banco. Proprio per questa ragione, prima del 2013, il governo tedesco ha ritenuto opportuno impiegare 250 miliardi di denaro dei contribuenti tedeschi per salvare le banche domestiche. Ma ora le regole Ue vanno nella direzione opposta, per effetto della direttiva Brrd su risoluzioni e bail-in (questa sì approvata anche dagli Stati e quindi incautamente anche dall’Italia, che a differenza della Germania non aveva ancora risolto tutti i problemi del settore prima dell’agosto 2013). Non a caso i Paesi europei hanno fatto il possibile per evitare il bail-in e ora stanno attivando meccanismi volontari a questo scopo. In Italia sono nati il fondo Atlante (che ha evitato la risoluzione della Popolare di Vicenza) e il fondo volontario all’interno del Fitd, che permettono al settore bancario di risolvere le crisi con i propri soldi, senza coinvolgere investitori retail o istituzionali. Queste iniziative hanno evidenziato anche la scarsa utilità delle risorse versate dagli istituti al Fondo di risoluzione, utilizzabili solo in presenza di un interesse pubblico (non sempre semplice da stabilire) e del bail-in di almeno l’8% del passivo (che però si vuole evitare a tutti i costi). Da molti punti di vista le regole sulla risoluzione e sugli aiuti di Stato hanno prodotto conseguenze dannose e paradossali. In Germania ne sono ben consapevoli, come mostra il caso Hsh Nordbank, ma per il momento si oppongono a modifiche. Almeno fino alla prossima crisi bancaria tedesca.

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