Bankitalia: falso in atto pubblico, sapeva tutto su Mps. Insabbiata inchiesta. I documenti

Bankitalia. Siena è balcanizzata. Lo Stato diventa azionista di maggioranza nella banca, Padoan annuncia pulizia nei posti sbagliati, urge ricapitalizzazione; e un anziano avvocato – forte della doppia, impossibile vittoria della sua contrada della Lupa – si mette ad azzannare la Banca d’Italia. Paolo Emilio Falaschi è il legale di un centinaio di piccoli e medi azionisti fregati dalla Banca del Monte dei Paschi con azioni che hanno perso quasi il 90% del loro valore. Sulla storiaccia del Monte, Falaschi non ci dorme la notte. Ha fatto denuncia penale contro Bankitalia e Consob alla Procura di Roma per falso in atto pubblico fidefaciente legato al “peccato originale”, all’acquisto, nel 2007, della Banca Antonveneta che ufficialmente doveva essere comprata per 9 miliardi ma «Bankitalia e Consob sapevano che il costo reale sarebbe stato di 17 miliardi perché c’erano altri 7,9 miliardi che il Monte dovette saldare per il debito di Antonveneta con gli olandesi di Abn Amro. Eppure, con il via libera all’operazione sciagurata, è arrivata da parte di Bankitalia con autorizzazione del 17/3/2008 firmata direttamente dall’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi «per soli 9 miliardi», dice. Ne hanno autorizzato l’acquisto senza l’obbligatoria due diligence, cioè la perizia preventiva che i due enti controllori impongono sempre con direttiva di carattere generale nelle fusioni, specie se di tale colossale portata. Draghi, in soldoni, mentiva sapendo di mentire. Emerge, infatti, ora un rapporto del Nucleo Speciale di polizia valutaria delle Guardia di Finanza che si conclude con la frase «la Banca d’Italia, anteriormente al rilascio dell’autorizzazione, era a conoscenza di notizie certe relative agli oltre 7 miliardi di euro gravante sulla Banca acquisendo…». Non solo. Emergono anche le fotocopie degli 8 bonifici per 17 miliardi e passa, con gli ultimi due – datati 30/4/09 – estero su estero, a favore, non del Banco Santander ma di una curiosa “Abbey National Treasury plc” «una controllata. Della quale si ignora chi ha preso materialmente i soldi. Vorremmo lumi anche su questo», commenta Falaschi. Non solo. Spuntano anche documenti («sconvolgenti ed insuperabili» tuona il cassazionista senese, e un po’ è vero) un tempo inabissati nella palude stigia della burocrazia, attinenti agli interrogatori che i sostituti procuratori di allora, Nastasi, Grosso e Natalini fecero sia al direttore generale di Palazzo Koch Maurizio Saccomanni sia alla responsabile della Vigilanza dell’istituto Anna Maria Tarantola. Trattasi di chiacchierate affogate in un imbarazzo quasi surreale. Saccomanni, sull’assoluta mancanza di controllo, afferma: «Non ci fu segnalato che Bmps aveva acquisito Antonveneta senza fare una due diligence». E però, di solito, senza due diligence Bankitalia neanche ti riceve, manco apre la pratica. Continua Saccomanni: «per prassi Banca d’Italia caldeggia sempre, in caso d’acquisizioni, la due diligence». Ma Bankitalia non le caldeggia, le ordina; e la perizia doveva ordinarla proprio Saccomanni. Stessa cotonata confessione per Tarantola. La quale candidamente ammette: «il problema della liquidità era dovuto alla circostanza che vi erano linee di credito di Abn Amro per circa 7,5 miliardi e Mps avrebbe dovuto subentrare in tali linee». Della signora si avverte lo stridio delle unghie in arrampicata sugli specchi; ma, insomma, dunque, Palazzo Koch sapeva. Sapeva tutto. Sapeva e, con Consob, avrebbe avuto tutto il tempo per fermare l’apocalisse. Saccomani e Tarantola fecero carriera, l’uno come ministro dell’Economia e l’altra Presidente della Rai, ma questo è soltanto un dettaglio dell’insieme. «Ora, mi chiedono se c’è il dolo dei controllori? Certo, consiste nell’ignorare la differenza tra costo – 17 miliardi – e prezzo – 9 -. Se io compro un oggetto pago il prezzo e anche i debiti: le pare che in Consob o Bankitalia non lo sappiano?…», allarga le braccia Falaschi. In effetti. Ora, con l’avvento del nuovo procuratore generale Vitelli la pratica sulle presunte responsabilità di Consob e Bankitalia sono state tutte archiviate. Falaschi, duro come le pine verdi – si direbbe a Siena – ha fatto opposizione, presentando le sue istanze il 13 ottobre scorso davanti al Gip Damizia il quale ha preso diligentemente appunti e, sospirando, s’è «riservato di decidere». Solo che non ha specificato quando. «Capisco il temporeggiare del magistrato: se mi rigetta il ricorso io ricorro alla Cassazione; se lo accoglie sarà un altro tipo di casino…». Falaschi attende e sollecita. L’imbarazzo istituzionale si taglia a fette.

E si tenga conto che, parallelamente, nel processo per la legge 231 sulla responsabilità delle banche a Milano – dove, per competenze territoriali di bilancio, il 21 febbraio si celebrerà l’udienza preliminare del mega processo sul falso in bilancio e altri capini d’accusa – Mps ha patteggiato per una sommetta di 600 milioni. Ma i magistrati, lì, in calce, hanno comunque attestato un modus operandi intrecciato di sollecitazioni «ascrivibili al panorama politico nazionale». Praticamente decideva – e ci mangiava – la politica. Le cause contro Mps sono un «groviglio» assai poco armonioso. Ma il babbo di Falaschi era il capo dell’ufficio legale che blindò il Monte con uno statuto impenetrabile alla politica nazionale; il nonno, sempre avvocato, divenne il presidente della banca a cavallo delle due guerre; e lo fu anche il bisnonno, il medico che inventò il forcipe. L’avvocato ha la «tigna d’un ciuco». Figuriamoci se si scoraggia. E ora la tigna lo spinge a fissare appuntamenti – sistematicamente posticipati, l’ultimo l’altroieri – con i nuovi vertici della banca Morelli e Falciai «per convincerli a chiedere a Bankitalia e Consob un risarcimento, almeno di 3 miliardi di euro per i guai in cui ci hanno messo, e mi pare pure ragionevole». «L’art 28 della Costituzione è chiaro sulla responsabilità civile e penale dello Stato che si estende solidalmente allo Stato italiano», butta lì. A Siena la tensione per il Maelstrom bancario, per la brutale implosione del Monte si palpa, è come si galleggiasse in un’eterna prova generale del Palio. Per i 50 mila senesi che attraversano ogni giorno piazza del Campo, le vasche di Banchi di sopra e l’orgoglio secolare delle contrade s’è perso naso per l’odor del panforte; ogni sera, qui, si celebra una cena propiziatoria in simil Palio, fatta però di Npl, di sofferenze, di aumenti di capitale irrealizzati, di dignità perdute. È sempre una cena indigesta. «I dati, per Mps, son implacabili: 15 miliardi di aumento di capitale in fumo, usati per risolvere problemi di indebitamento interno, il capitale della banca che non c’è più (ndr ora è a circa 600 milioni), 50 miliardi di sofferenze, il silenzio sulle incagliate di cui non si sa bene». Pierluigi Piccini scandisce il dramma d’un popolo, si carezza il barbone da Marx fatto fuori da D’Alema. Piccini è l’ex sindaco di Siena, a cui l’allora premier Pd, nel 2001, impedì attraverso il decreto Amato-Ciampi, di fare il presidente della Fondazione (contrasti per la farraginosa fusione del Monte con Bnl). Già nel novembre scorso anticipò a Pietro Senaldi su Libero lo scenario avverso da stress test dell’intera città; aveva già previsto, Piccini, il mancato salvataggio degli investitori stranieri – il Qatar come cavaliere bianco, poi, era una curiosa leggenda metropolitana – e l’esplosione in differita proprio del bubbone Antonveneta. Sottolinea Piccini: «Tutto parte da quello sciagurato acquisto dal Banco Santander di Botin con un pagamento di 9 miliardi che erano già 3 in più rispetto a quanto sborsato gli spagnoli stessi non sborsarono per acquistarla da Bln Abn-Amro. Botin perse un mucchio di soldi nella fusione San Paolo-Imi Intesa, in qualche modo il sistema doveva risarcirlo». Operazione di sistema, sopra le testa della politica.

«In quel periodo la finanza cattolica con Prodi e Bazoli dà il via a tutta una serie di operazioni di sistema. Bankitalia non controlla e Draghi stesso autorizza. Noi con le liste civiche avevamo già denunciato tutto – compreso il futuro tragico indebitamento – in un pubblico dibattito del 29 febbraio 2008. Io stavo in consiglio comunale, venni massacrato». Piccini, in questo, si muove nel solco dell’avvocato Falaschi. Anche se Falaschi fu ferocemente critico verso l’assenza di due diligence di Mps anche nel caso dell’«acquisto della banchina salentina Banca 121, il cui direttore De Bustis divenne direttore generale Mps»; mentre per Piccini lo scandalo vero della 121 risale invece al 2004, «quando il Monte riacquista la Nuova Banca 121 per 600 milioni con nessun tipo di due diligence, e tutti zitti». Ma sono sfumature del peccato originale, l’Antonveneta. Siena se l’è voracemente ingoiata il sistema. «I mali della banca sono antichi, la struttura di Mps è un’enorme Regione Sicilia, la rete in sé funziona ma la direzione generale è idrocefala. È un problema di geografia del potere assolutamente trasversale, un sistema di ombre cinesi che si riflette sulla politica e sulla banca». E dire che, ai tempi d’oro 1 euro su 3 di intermediazione creditizia passava da Mps. Il suddetto commento è di Luca Fiorito senese di pregio, ma pendolare dalla sua cattedra di storia economica all’università di Palermo. Più che un commento è un sibilo di rassegnazione: «qui vigeva un sistema circolare di potere che è andato in tilt quando la trasformazione in spa ha eliminato il filtro degli istituti di diritto pubblici e consegnato la banca completamente agli enti locali. Che perpetuano il potere. Mps, per dire, ha bruciato miliardi, ha un problema sulla qualità del credito. Se tu hai bisogno di svalutare ogni anno i crediti deteriorati hai un problema sulla qualità del credito. E chi la controllava? Ma il capo dei crediti era Antonio Marino vicedirettore generale commerciale che stranamente è rimasto anche quando è cambiata la presidenza e l’amministratore delegato, con Profumo e Viola. Ora, fallita la ricapitalizzazione è rimasto l’ennesimo ad Morelli. In America le governance che falliscono si cambiano, mica vengono promosse…». Siena, oggi, è il gattopardo accucciato sotto la Torre del Mangia.

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