Eni, e quel vizietto di famiglia chiamato Tangenti. Soldi alla stampa per comprare il silenzio

Cambiano i tempi ma non la sostanza. Eni mai smentisce se stessa soprattutto in tema di tangenti. Già perché sembra proprio essere un grosso vizio di famiglia, di quelli davvero difficili da sradicare. E poi, c’è una quota di denari sempre pronta ad ammorbidire certa stampa, che potrebbe girarsi con la schiena di traverso, e così sotto con fiumi di pubblicità a placare la sete anche del più scomodo dei giornalisti, a meno che non si chiamino Marco Travaglio & Co. Ma veniamo alla storia. E’ il 20 luglio 1993. «Intorno alle ore 10.10, il corpo esanime di Gabriele Cagliari giace sul pavimento del bagno annesso alla cella. Il suo corpo è coperto da un busta di plastica legato intorno al collo». E’ il 23 luglio 1993, «erano le 8.30-8,45. Ho visto il corpo esanime di Gardini, forse era ancora agonizzante. All’altezza della tempia destra c’era un foro». I due suicidi che fanno tremare i Palazzi sono stati preceduti da un altro cadavere eccellente. E’ il 25 febbraio 1993, «finalmente, dopo sette giorni dalla scomparsa, in zona Monte Corvino, una pattuglia a cavallo avvista un corpo umano disteso sopra un appezzamento di terra arato di recente». E’ un cadavere completamente sfigurato. La testa «scarnificata fino all’osso dello sterno, un grande squarcio all’altezza della zona temporale del cranio semivuoto, una parte della teca cranica staccata dalla testa». Una pistola Smith & Wesson con una cartuccia esplosa infilata nell cintura dei pantaloni. E’ il corpo di Sergio Castellari. Anche per lui i giudici, dopo ripetute e accurate indagini, sentenziano: suicidio. Un uomo brillante, intelligente, ricco, amante di belle donne, di cavalli e di ville, «perfettamente inserito nel Sistema». Quando muore, ha solo 61 anni. Un filo nero lega insieme i tre suicidi da prima pagina. Sergio Castellari è un grand commis di Stato, già direttore generale degli affari economici del ministero delle Partecipazioni statali, consulente Eni, mani in pasta dentro Efi, Enichem, Iri, Efim. Gabriele Cagliari, 67 anni, area politica Psi, già direttore Anic, è presidente dell’Eni, è l’uomo-chiave per le grosse partite che si chiamano Nuova Pignone, Sai Assicurazioni, Saipem. E Gardini è Raul Gardini, il bello e dannato di una dinasty capitalista antica e rinomata in campo agroalimentare, quella che fa capo a Serafino Ferruzzi, di cui ha sposato la figlia Idina. Laureato in agraria alla Bocconi, «è uomo intelligentissimo e brillante, dalle grandi ambizioni; denominato “il Corsaro” per la sua spregiudicatezza e il suo cinismo negli affari, ma anche perché appassionato di barche a vela»; presidente della Montedison e creatore del pool della chimica nato dalla fusione di Enichem e Montedison, denominato Enimont, la più grande concentrazione industriale della storia italiana.

Il filo nero si chiama appunto Enimont: quello che conduce direttamente dentro il cuore più tenebroso della stagione Tangentopoli. Enimont, la “madre di tutte le tangenti”, e sinonimo di maxi-tangente. Ecco, in estrema sintesi, cosa dichiara Carlo Sama (manager Montedison e cognato di Gardini) al pubblico ministero in riferimento alla maxitangente Enimont del 1991: «70 miliardi sono andati al Psi, nella persona del suo segretario politico, Bettino Craxi. Qualche decina di miliardi è stata versata alla Dc per il tramite del suo segretario politico Forlani. La restante parte della tangente è stata versata a vari personaggi politici che avevano avuto un peso nella definizione dell’affare Enimont. Qualche miliardo è andato a Cirino Pomicino, in relazione alla sua carica di responsabile del Cipi; qualche miliardo a Claudio Martelli, per la sua posizione favorevole alle logiche imprenditoriali della Ferruzzi e della Montedison nel settore della chimica; qualche miliardo a Franco Piga, per il ruolo dallo stesso svolto nella predisposizione del prezzo di cessione delle azioni Enimont; qualche miliardo a Gabriele Cagliari, nella sua qualità di presidente dell’Eni; qualche miliardo all’ingegner Alberto Grotti, vicepresidente dell’Eni. Altre somme di denaro che non ricordo sono state versate a Pompeo Locatelli e Vincenzo Palladino». Trattasi di 168 miliardi, tutti “devoluti” per permettere a Gardini di mantenere le mani sulla chimica, di trarne profitti colossali e poi di defiscalizzarne le perdite, previa maxi-corruzione politica. Quando la colossale truffa viene scoperta, coi segretari di tutti i partiti di governo trascinati sul banco degli imputati – Craxi per il Psi, Forlani per la Dc, Altissimo per il Pli, La Malfa per il Pri, Vizzini per il Psdi – Mani Pulite è già un ciclone che fa strage di quella che è chiamata la Prima Repubblica.

Ma torniamo ai giorni nostri; è Il 28 maggio 2014 l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia trasmette alla Procura di Milano una serie di informazioni ricevute dalle autorità inglesi e americane: il 29 aprile 2011 l’Eni bonifica 1,092 miliardi di dollari a un conto vincolato del governo nigeriano presso la banca Jp Morgan Chase a Londra (non il conto abituale dello Stato, ma uno parallelo). Quei soldi poi vengono girati a una società aperta nel 2010 alle isole Marshall, Petrol Service, ma la banca che doveva riceverli – la Bsi di Lugano – li rimanda indietro. La somma allora inizia a disperdersi per mille rivoli: non un solo euro andrà al popolo nigeriano. Secondo quanto hanno ricostruito le autorità finanziarie di Usa, Gran Bretagna e Italia ben 523 milioni finiscono in società riconducibili a Abubakar Alyu, un presunto prestanome del presidente nigeriano Goodluck Jonathan che era la controparte istituzionale dell’Eni nell’affare. Alyu è indicato negli schemi con il soprannome di “mister Corruzione”. Un’altra considerevole fetta della somma, 336 milioni di euro, finisce negli Stati Uniti su un conto della Rocky Top Resources, una società dietro la quale ci potrebbe essere Dan Etete, ex ministro del petrolio nigeriano che era anche dietro la Malabu, società titolare della concessione petrolifera per l’Opl245. Quei soldi servono a comprare, tra le altre cose, un jet Bombardier Vision 6000 da 56 milioni intestato a una fiduciaria dell’isola di Man (e diversi forum nigeriani danno conto di polemiche su un nuovo Bombardier del presidente Jonathan nel 2012), poi tre Cadillac Escalade 2011 da 195.000 dollari l’una. Auto che non arriveranno mai in Nigeria, però: il dipartimento di Stato Usa impedisce l’esportazione di veicoli blindati. Su altri 200 milioni di euro si apre una lite legale a Londra, li reclama Emeka Obi, un mediatore nigeriano coinvolto in una lunga fase di trattative e poi escluso quando l’Eni decide di trattare direttamente con il governo di Jonathan (ci sono quindi 10 milioni anche per l’ex ministro della Giustizia Bayo Ojo San che aveva riassegnato la concessione alla Malabu dopo una serie di contenziosi). Parte dei soldi di Obi, quelli rimasti a Londra, vengono sequestrati proprio su richiesta dei pm di Milano.

Rate this post

(Visited 516 times, 1 visits today)

Comments

comments

l'ECONOMICO

L'Economico, il primo quotidiano Social Network, sviscera in anteprima notizie di sanità, economia, politica argomenti che i mass media oscurano. La testata è aggiornata, e presenta al suo interno un portale in grado di offrire servizi.

Lascia un commento