L’Oro di Bankitalia non è più del popolo italiano. Un furto da 120 mld. Ecco i responsabili

Ancor oggi, nel 2017, non si sa dove sia finito l’oro di Bankitalia, valore stimato circa 120 miliardi di euro, pari a 2541 tonnellate, una goccia rispetto a quello posseduto dallo Stato Vaticano, 60.350 tonnellate, primo al mondo, quasi 8 volte quello posseduto dagli Usa. Avete capito bene? Ma non compare nemmeno nelle classifiche dei primi 10 Paesi detentori. Già un anno fa, chiedemmo “lumi” al ministero del Tesoro, a Bankitalia stessa, all’Abi, per cercare di capire quale fosse il gioco che si stesse facendo sulla pelle degli italiani. Silenzio assordante. Nessuno rispose alle nostre e-mail. Allora ci siamo attivati diversamente. Gli italiani pronti a scendere in piazza per una manciata di soldi, non vedono oltre il proprio alluce. Il passo in avanti non deve essere decodificabile. La nostra risposta è: alle banche che ne detengono il controllo. In primis, Unicredit ed Imi San Paolo, anche se una recente normativa del solito Renzi il banchiere, decretò che nessuna istituzione bancaria e finanziaria possa detenere oltre il 3% del capitale, facendo così un regalo enorme soprattutto ai due istituti colosso, che hanno  rivalorizzato le quote da 165 mila euro ad oltre 7 miliardi. Facile capire chi ci ha guadagnato. Fatto è che quando ancora c’era l’Iri, le banche che controllavano Bankitalia erano pubbliche. Oggi non è più così. A far chiarezza sulla questione ci aveva provato Tremonti, nel 2005 ma tutto è naufragato nel peggiore dei modi, e poi lo stesso ministro, non a caso perse la poltrona.  Tremonti, infatti, aveva fatto approvare una legge per far tornare la proprietà di Bankitalia in mano allo Stato, previa l’approvazione entro tre anni di un regolamento per il  passaggio delle quote; ma nel 2006 il centrodestra perse le elezioni e i tre anni passarono senza che tale regolamento vedesse mai la luce. Ed il Pd “ guardingo”, ed a favore del popolo sovrano, dove era? In dormitorio? Alla scadenza dei tre anni tuttavia un articolo dell’allora rettore della Bocconi Guido Tabellini riapri la questione. L’articolo è ancora oggi di grande interesse, poiché l’autore non è certo imputabile di teorie eterodosse e gli argomenti affrontati sono di straordinaria attualità. Vi scrive apertamente che “…il patrimonio della Banca centrale è frutto del signoraggio passato e appartiene a tutti i cittadini; non può certo essere riconosciuto alle banche azioniste”

La questione dalle dimensioni immense, è quella delle riserve d’oro italiane, che ammonterebbero a 2.452 tonnellate e sono al terzo posto nel mondo.. Alle quotazioni del metallo giallo, il controvalore in euro è di almeno 80 miliardi. Le domande fondamentali sono almeno tre: dove sia custodito l’oro, chi ne abbia la proprietà, a che cosa può servire. Le risposte sono drammaticamente negative per il popolo italiano. Solo circa 1.200 tonnellate si trovano a Palazzo Koch, sede di Bankitalia, meno della metà. La proprietà, giuridicamente, è in capo alla stessa Banca, che, è un organismo privato, sia pure investito di funzioni pubbliche, partecipante della Banca Centrale Europea, ed i suoi azionisti sono le maggiori banche “italiane”, tranne uno striminzito 5 per cento in mano all’INPS. Le virgolette poste sull’aggettivo italiane riguarda il fatto che tutte, diciamo tutte, le banche interessate hanno importanti azionisti esteri, in alcuni casi sono controllate da istituti stranieri, a partire dai due giganti Unicredit e Intesa San Paolo.  Anche la Banca detta d’Italia, è il gotha della finanza mondiale. Quanto all’uso o alla funzione della riserva aurea, le cosiddette autorità finanziarie affermano che essa “costituisce un presidio fondamentale di garanzia per la fiducia nel sistema Paese”. Due osservazioni: poiché Bankitalia fa parte dell’Eurosistema, la garanzia si estende agli altri Stati che fanno parte dell’Eurozona, il che pare quanto meno improprio; se poi occorre garantire attraverso l’oro il “sistema Paese”, orribile espressione sinonimo di Italia, chi, se non lo Stato, deve detenerla ed eventualmente deciderne un utilizzo, attraverso governo e parlamento? Eh no, poiché, dicono lorbanchieri, la riserva è nostra, è della sacra istituzione di cui è governatore Ignazio Visco.  Ebbene, questo è il punto: le riserve auree sono indiscutibilmente proprietà del popolo italiano nella sua continuità storica, di cui la banca di emissione (ormai ex, il potere è di BCE) è solo uno strumento tecnico. La sua privatizzazione fu conseguenza degli scellerati, criminali accordi del panfilo Britannia, presenti Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi ed il giovane allora dirigente di Goldman & Sachs  Mario Draghi, ma le banche azioniste, comprate per poco più di un tozzo di pane, non hanno mai acquisito ufficialmente la proprietà dell’oro. Fortunatamente, per statuto, non possono disporne, come del resto neppure i sedicenti proprietari, ovvero l’istituto privato di diritto pubblico ( un ircocervo !) Banca d’Italia. Non vi è dubbio che l’oro è stato acquisito con il sacrificio di molte generazioni di italiani, e che dunque la proprietà deve essere restituita al nostro popolo. La realtà è ben più grave: innanzitutto, esiste ancora quell’oro? Quali furono, e sono, i motivi della sua esportazione? C’entrano forse clausole indicibili del trattato di pace con le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale? Chi, ed a quali condizioni ha titolo per chiederne, o pretenderne il rimpatrio? Troppi segreti si celano attorno all’oro, anzi all’”oro fisico”, come lo chiamano nel mondo di carta della finanza speculativa. La Cina sta rapidamente aumentando le sue disponibilità, ed ha inaugurato quest’anno un mercato di metalli preziosi denominato in yuan a Pechino, la stessa Russia sta cautamente procedendo ad acquisti. Qualunque motivazione abbia portato parte del nostro oro lontano dall’Italia, forse venduto, forse dato in pegno, è comunque da considerare criminale ed i responsabili, in  tempi seri, sarebbero chiamati a rispondere di alto tradimento. Insomma, un altro furto, quello del millennio, a danno di tutti noi. Quel che colpisce profondamente è il disinteresse della classe politica, e del popolo, ma la spiegazione non è tanto difficile: chi tocca i fili muore.

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