Unicredit strozzina, e strangolaziende. Le pluricondanne milionarie

Unicredit attacca l’Economico, fa lo spaventapasseri, intima il taglio di due articoli, a detta dell’ufficio stampa, lesivi dell’immagine della banca, senza però inviare alcuna rettifica a quanto da noi asserito.

Il  pensiero, si sa, è libero, e gli editoriali non sarebbero tali se così non fosse.  Ma dei terremoti che scuotono le fondamenta della banca, nemmeno un cenno. E allora a cosa serve una platea di addetti alla comunicazione che supera le 20 unità? Ecco di seguito alcuni fotogrammi di quella che è la vera immagine di Unicredit.

La sentenza di primo grado del Tribunale Civile di Salerno che il 19 febbraio 2014 ha dato ragione alla Eurobox contro Unicredit, se mai avesse potuto farlo, non è riuscita salvare dal fallimento la società di imballaggi metallici arrivato il 13 marzo scorso. Ma almeno ha fatto un po’ di luce sul rapporto tra banche, imprese e derivati che, in questo caso, è passato anche attraverso firme false e autorizzazioni “estorte”. Anche se i quasi 2 milioni di euro oltre agli interessi e alle spese legali che la banca è stata condannata a restituire a Eurobox, difficilmente ridaranno un lavoro alla quarantina di ex dipendenti della famiglia.

La giudice per le indagini preliminari Giulia Proto ha riaperto le indagini sul fallimento del marchio Balloon. Chiedendo di verificare profili di «usura» da parte di Unicredit verso gli imprenditori. Il brand di abbigliamento della famiglia Greco, nato a fine anni Settanta e cresciuto al punto da aprire negozi fra Trinità dei Monti e via Condotti cuore dello shopping di lusso, è scomparso dal 2014. La storia del fallimento chiama in causa la banca. Roberto Greco, assistito dall’avvocato Alessandro Diddi, l’accusa di aver strangolato il marchio dietro la richiesta pressante di sottoscrivere prodotti derivati, teoricamente per garantire la banca dal rischio connesso all’indebitamento. Si trattava di prodotti dei quali gli amministratori delegati di Balloon e Blunauta ignoravano tutto «non avendo gli strumenti necessari a valutarne appieno la tipologia», denunciano. «Oneri spropositati della banca» fra le cause del dissesto.

Ballon che era esposta nei confronti di Unicredit per circa 6 milioni e mezzo di euro avrebbe dovuto sottoscrivere contratti per Atlantic Swap e altri derivati per una cifra superiore pari a circa 9 milioni di euro. L’inchiesta era stata destinata dalla procura all’archiviazione ma con un’ordinanza del 31 agosto scorso la gip ha riaperto la partita. La denuncia, presentata nel 2012, è stata integrata da altro materiale, fra cui la relazione del curatore fallimentare. Che include fra le cause della bancarotta del marchio «gli oneri finanziari spropositati conseguenti alla sottoscrizione imposta da Unicredit di derivati al di fuori di qualsiasi logica di convenienza per Balloon e tassi di interessi usurai».

La quarta sezione civile del tribunale di Bari ha condannato la banca Unicredit spa al pagamento di 7,6 milioni di euro in favore della Curatela del Fallimento Divania, la società barese produttrice di divani dichiarata fallita nel 2011. Il Tribunale, dichiarando la propria incompetenza territoriale con riferimento ad alcune richieste risarcitorie, si è pronunciata nel merito accogliendo parzialmente le domande della curatela per 157 operazioni in derivati sottoscritte fra il 1998 e il 2005. I giudici civili hanno dichiarato la nullità di quei contratti, condannando l’istituto di credito a restituire somme per circa otto milioni di euro. Per gli stessi contratti, oggi dichiarati nulli, Unicredit è stata condannata nel maggio scorso al pagamento di altri 12,6 milioni di euro corrispondenti alle presunte perdite dovute agli investimenti in derivati. Sulla vicenda pende inoltre dinanzi al Tribunale penale l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio dei vertici Unicredit, imputati per concorso in bancarotta fraudolenta della società Divania. In questo procedimento il pm della Procura di Bari Isabella Ginefra contesta a 16 persone, tra le quali gli ex amministratori delegati Federico Ghizzoni e Alessandro Profumo, oltre a manager e funzionari della banca, di aver distratto dai conti della società oltre 183 milioni di euro, ingannando l’imprenditore Saverio Parisi e inducendolo a sottoscrivere 203 contratti derivati che, in pochi anni, secondo l’accusa, avrebbero portato la società al dissesto e al successivo fallimento.

La banca aveva applicato tassi di interesse usurai. È scritto nero su bianco dal giudice Daniele Carlo Madia, della sezione civile del tribunale di Messina. Unicredit è stata così condannata al risarcimento nei confronti dei proprietari di 24 appartamenti nella zona sud della città. La cooperativa che ha stipulato il mutuo con la banca è passata così da debitrice a creditrice. Secondo i calcoli dei proprietari infatti il mutuo era stato del tutto pagato già dieci anni fa, calcolo che però non risultava alla Unicredit, secondo la quale la cooperativa doveva ancora alla banca 60 mila euro. Ma non solo il calcolo era sbagliato, durante il lungo percorso giudiziario è stato anche accertato che l’Unicredit, all’epoca Cassa di Risparmio, aveva applicato dei tassi d’interesse oltre i limiti di legge. Non saranno i proprietari a pagare ancora, quindi, ma Unicredit a risarcire loro 40 mila euro. Almeno per  il momento. La storia risale agli anni ’80. È infatti nel 1981 che il prestito nei confronti della cooperativa messinese è stato erogato, da restituire in 25 anni con tasso di interesse pari al 19,25 per cento. Nei vari passaggi però da Cassa di Risparmio a Banco di Sicilia, fino a Unicredit oggi, il tasso fu aumentato al punto da superare i limiti di legge e a smarrire alcune fatture di pagamento. Il consulente del tribunale “applicando i superiori criteri – si legge nella sentenza – ha accertato che i tassi di interessi praticati dalla banca per il conteggio degli interessi corrispettivi, relativi ai tre mutui oggetto di controversia, risultano costantemente al di sopra dei ‘tassi soglia’ rilevati ai fini della legge n. 108/96. II superamento del tasso soglia nel corso dell’esecuzione rapporto di mutuo si inquadra nell’ipotesi della cosiddetta usura sopravvenuta che comporta la nullità della clausola contrattuale”. Una sentenza “clamorosa”, così la definisce l’avvocato Ernesto Fiorillo presidente di Consumatori Associati che ha seguito legalmente la cooperativa. “Ed è soltanto l’inizio  –  ha annunciato Fiorillo  –  la banca ora dovrà rispondere dei danni causati dal non aver rimosso l’ipoteca sugli immobili dei nostri assistiti, avevano terminato di pagare il mutuo dieci anni fa, in questi dieci anni non hanno potuto perciò vendere le case che erano di loro proprietà e che nel frattempo si sono svalutate“. Fossero stati dei privati sarebbe stata una condanna penale.

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