Patrimonio Inps in rosso. Da oggi le pensioni diventano tutte a rischio. Ecco perché

Patrimonio Inps in rosso. Ormai anche le pensioni acquisite (e che dire di quelle future destinate a sparire, a meno che non si abbia la fortuna di vivere oltre i 70 anni, e un lavoro decente) sono a serio rischio. Intanto lo Stato non aiuterà più negli istituti privati, il che vuol dire che ciascuno dovrà attrezzarsi come meglio crede, E già, ma come? La Corte dei Conti lancia l’allarme sull’Istituto. Nel 2023 l’Inps avrà un “passivo patrimoniale di 56 miliardi di euro“. Parola del presidente Tito Boeri, che durante un’audizione alla Commissione di vigilanza sugli enti previdenziali ha annunciato la cifra da record. Ma ha anche precisato che “se i dati possono sembrare allarmanti, lo sono molto meno se si considera che l’Inps è una parte dello Stato. E se si parla di sostenibilità bisogna guardare al bilancio consolidato di quest’ultimo”. Ma se lo Stato non ha i conti in regola, tant’è che si tentenna su dove applicare tagli per la manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi impostaci dalla UE, qualora si dovesse parlare di un intervento massiccio per ricoprire le perdite Inps, ove si troverebbero i soldi? Ovvio, dietro la curva, il serio rischio di una congrua decurtazione delle pensioni pubbliche. Infatti, secondo la Sezione del controllo sugli enti non è più «procrastinabile una riforma della governance» dell’Istituto di previdenza. «Lo scostamento tra i saldi finanziari e quelli economici è dovuto principalmente all’andamento dei residui attivi – spiega la Corte dei Conti nella Relazione sulla gestione finanziaria del 2015 -. Il conto economico, infatti, espone – al netto dell’accantonamento a riserva legale per 2,95 miliardi – un risultato di esercizio negativo per 16,3 miliardi (-12,48 miliardi nel 2014), condizionato da un accantonamento al fondo rischi crediti contributivi per 13,09 miliardi (4,97 miliardi nel 2014). In conseguenza di ciò, il patrimonio netto è pari a 5,87 miliardi, con un decremento sul 2014 di 12,54 miliardi. A questo riguardo è da rilevare come, per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati del 2016 (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passi, per la prima volta dall’istituzione dell’ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi». Nel periodo di riferimento le entrate contributive segnano un incremento di 3,32 miliardi sul precedente esercizio e risultano pari a 214,79 miliardi. La spesa per prestazioni istituzionali ammonta a 307,83 miliardi, con un incremento rispetto all’anno precedente di 4,43 miliardi ascrivibile principalmente all’aumento della spesa per pensioni (+4,26 miliardi), pari in valore assoluto a 273,07 miliardi. Le pensioni vigenti sono oltre 21 milioni, di cui circa l’82 per cento previdenziali. Nel corso del 2015 sono state liquidate 671.934 nuove prestazioni previdenziali e 571.386 nuove prestazioni assistenziali, con un incremento rispettivamente dell’8,5 per cento e del 6,2 per cento rispetto al 2014. «Occorre – si legge nella relazione – un ripensamento di funzioni e compiti del direttore generale, che ne definisca i confini, alla luce anche del principio di separazione tra attività di indirizzo politico e gestione amministrativa. D’altro canto, l’accentramento nella figura del presidente dei compiti prima spettanti al Cda non sembra, alla prova dei fatti, aver risolto i profili di problematicità del sistema di governo, anche nei rapporti tra gli organi dell’Istituto».

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