Ricapitalizzazione Unicredit: silenzi, sospetti, e poche garanzie. Un flop annunciato

Nulla trapela sulle reali intenzioni delle banche che assistono Unicredit nella ricapitalizzazione da 13 miliardi. Si sa solo che le Fondazioni bancarie italiane  detentrici di circa il 9% del capitale, scenderanno al 5-6%. E se gettano la spugna loro, qualche valido motivo ci sarà pure. I principali azionisti di Unicredit sono: 1. Capital Research and Management Company     41.545.109   6,725 di cui per conto di EuroPacific Growth Fund  31.706.715   5,132 2. Aabar Luxembourg S.A.R.L. 31.150.331   5,042 3. BlackRock Inc.    29.807.048   4,825. Sono gli squali della grande finanza internazionale (Usa  e Emirati), i quali non dovrebbero conoscere ostacoli nel ricapitalizzare per le loro quote, ed oltre. Di tutto il restante flottante, diluito in mille rivoli, nulla è dato sapere. Per l’operazione, l’AD Jean Pierre Mustier ha messo assieme un plotone “d’eccezione”: il Cib Unicredit, Morgan Stanley e Ubs saranno gli advisor; Bofa Merrill Lynch, Jp Morgan e Mediobanca i coordinatori; Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Hasbc coordinatori globali; Banca Imi, Santander, Barclays, Bbva, Bnp Paribas, Commerzbank, Crédit Agricole e Societé Generale joint bookruner. Ma in codesto astruso tecnicismo, sembra esser assente un termine che indichi chi coprirebbe l’eventuale buco che dovesse venire a crearsi, e qualora fossero necessarie, le percentuali di copertura. Ricordiamo che l’attuale, è il 4° aumento di capitale dal 2008, ovvero un bruciatore di soldi altrui. Poi, a destare ulteriori sospetti sulla bontà dell’operazione in corso c’è quanto scritto dalla stessa banca nel Prospetto informativo: “Sussiste il rischio che gli effetti delle azioni del piano strategico non siano in grado di fronteggiare adeguatamente i profili di debolezza riscontrati dalla Bce”. Nel contorsionismo linguistico, stranamente accettato dalla Consob, che dovrebbe tener conto di un linguaggio trasparente, e non sibillino, in sostanza si prendono le distante dallo stesso aumento di capitale, reo di non esser sufficiente, come i precedenti. Poi, c’è la montagna indefinita delle sofferenze, di cui 10 mld già ceduti negli ultimi anni, mentre nel piano di rilancio della banca sono previste ulteriori cessioni per altri 17,7 miliardi di facciata, ma se il prezzo si attua su 25 centesimi di euro, la cifra si riduce di un quarto. E sempre sul fronte sofferenze, il direttore generale, Gianni Franco Papa, in una recente audizione alla Camera ha chiesto alla politica di intervenire per ridurre la lunghezza dei processi.  Attualmente in Italia la durata media di un contenzioso per recupero crediti è di 7 anni, contro i 18-24 mesi media europea. Il titolo Unicredit, il giorno d’avvio dell’aumento di capitale (lunedì 6 febbraio) ha perso ben il 6,8%, mentre i diritti il 18%, segno evidente di forti vendite sul mercato, sia di azioni che di diritti. Proprio un bell’inizio, e la strada è ancor più in salita. Infine la banca, se tutto andrà liscio, dovrà pagare 500 milioni di commissioni ai vari consorzi di advisor. Intanto, la francese Bnp Paribas se la ride, chiude il 2016 con un utile di 7,7 miliardi, contro un davvero esiguo 1,6 di Unicredit. E non a caso al vertice di Gaj Aulenti ora c’è il francese Mustier; segno inequivocabile che gli italiani o sono incompetenti, oppure lestofanti.

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