Padoan vuole vendere una fetta di CDP. A rischio la garanzia sui titoli di Stato

Padoan. Il governo esce finalmente allo scoperto, dopo un periodo di calma apparente, durante il quale però, ha steso accordi sottobanco all’insaputa degli italiani. Di cosa si tratta? Presto detto, la cessione del 15% della Cassa Depositi e Prestiti, controllata del Ministero dell’Economia, ora guidato da Padoan, il quale vorrebbe cedere addirittura il 15% del cuore pulsante dell’economia del paese, e che ha nel suo ventre molle circa 600 mld, tra investimenti, proprietà e liquidità. Ed a proposito di liquidità, diciamo da subito che se si vendesse il 15% di CDA, il ministero scenderebbe sotto la soglia critica. Tra l’altro, al contempo se il Ministero cederà entro il 2017, come da programma, un altro 35% di Poste Spa, queste non avrebbero più la garanzia di Stato sulle emissioni dei loro titoli, ne tanto meno, le garanzie dei depositi. Detto ciò, indichiamo che stretto tra Bruxelles e il Pd, il Tesoro sta accelerando  sulle dismissioni e mette sul piatto perfino il gestore del risparmio postale degli italiani. L’obiettivo del ministro è cedere il 15% della cassaforte per intascare 5 miliardi da destinare all’abbattimento del debito pubblico Stretto tra Bruxelles e il Pd, il Tesoro accelera sulle dismissioni e mette sul piatto perfino la Cassa Depositi e Prestiti. L’obiettivo del ministro Pier Carlo Padoan è cedere il 15% della cassaforte dei risparmi postali per intascare 5 miliardi da destinare all’abbattimento del debito pubblico. Secondo quanto riferisce Il Corriere della Sera, l’operazione è ancora in fase embrionale. Ma, se fosse confermata, sarebbe una novità assoluta nei piani del governo che, almeno ufficialmente, punta a cedere entro fine anno una nuova tranche di Poste e a portare in Borsa le Frecce delle Ferrovie dello Stato. Senza contare che, caso unico fra i big europei, l’apertura del capitale della Cassa che gestisce il risparmio postale degli italiani a fondi e investitori istituzionali internazionali cambierebbe per sempre la struttura di Cdp. Finora il gruppo guidato da Fabio Gallia e Claudio Costamagna ha, infatti, agito come braccio finanziario del Tesoro. Ha comprato dallo Stato Sace, Fintecna e Simest versando nelle casse pubbliche più di 9 miliardi che sono stati utilizzati per abbattere il debito pubblico. Ha tolto le castagne dal fuoco all’Eni acquistando il 12,5% di Saipem nel pieno della crisi del gruppo. E’ diventato azionista di Poste, ha comprato immobili dal Demanio ed è entrato nella partita della fibra accanto ad Enel Open Fiber. Operazioni che non hanno impedito alla società di versare laute cedole ai soci (850 milioni nel 2015) grazie soprattutto al contributo del portafoglio di partecipazioni in cui spicca la quota dell’Eni. Ma, in caso di privatizzazione, il futuro potrebbe essere decisamente diverso per Cdp che attualmente è controllata dal Tesoro (82,77%) e dalle Fondazioni bancarie (15,93%). Il ministero dell’Economia resterebbe infatti azionista al 65% della cassaforte dei risparmi postali, che ha in pancia partecipazioni azionarie per 33 miliardi e asset per 422 miliardi di euro. In mano agli investitori privati finirebbe, invece, il 35% del gruppo. Si tratta di una partecipazione corposa che di certo inciderà sugli equilibri del consiglio di amministrazione della Cdp e che, di conseguenza, avrà anche un impatto sulla futura strategia della cassa. Senza peraltro che l’incasso della privatizzazione contribuisca in maniera considerevole all’abbattimento del debito pubblico.

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