La Cina pronta a dichiarare la guerra agli Usa

Filtra un rapporto da Pechino che non esclude l’arrivo al conflitto armato. Trump rincara la dose con nuove accuse e si prepara a far rientrare le sue aziende.

Il coronavirus sembra avere infettato in modo irrimediabile i rapporti tra Stati Uniti e Cina. Secondo un rapporto filtrato dall’agenzia Reuters, Pechino non escluderebbe dare il via non solo ad una nuova guerra fredda con Washington ma, addirittura, ad un conflitto armato. Le autorità cinesi non mandano giù quelle che ormai non sono delle semplici insinuazioni ma delle esplicite accuse sulle presunte responsabilità della Repubblica popolare nell’origine della pandemia che ha colpito tutto il mondo, che ha ucciso centinaia di migliaia di persone e che sta distruggendo le economie del pianeta. Ipotesi ribadite nelle ultime ore dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, con il beneplacito del presidente Donald Trump, e che in Cina vengono definite «pure follie».

Il rapporto di cui ora si viene a conoscenza è stato messo nero su bianco dall’autorevole China Institutes of Contemporary International Relations, cioè il Cicir, legato al ministero della Sicurezza Statale, che è il principale organismo di intelligence di Pechino. E potrebbe comportare una svolta epocale. Il documento, presentato nei giorni scorsi al presidente Xi Jinping e alle massime autorità dell’apparato di Stato, avverte il rischio per la Cina di dover subire un’ondata di ostilità cappeggiate dagli Stati Uniti mai vista dai tempi di Tienanmen, cioè dalla repressione del 1989. Ragione per cui, il Paese asiatico deve prepararsi a qualsiasi eventualità, compresa quella di affrontare un conflitto armato contro gli Usa e contro i suoi alleati.

Ciò non vuol dire che Jinping abbia già dissotterrato l’ascia di guerra, ma certo è che la tensione tra le due potenze continua a salire giorno dopo giorno e che un consiglio del genere, dato dal più importante organismo cinese legato all’intelligence, può indurre in tentazione la massima autorità di Pechino.

Già il Governo asiatico ritiene che ci siano dei motivi più che sufficienti per avere il dente avvelenato contro gli Usa: il fatto, ad esempio, che Washington ritenga l’espansione economica del Paese giallo come una minaccia alla sicurezza e all’economia nazionale. Trump, insomma, non accetterebbe che la Cina possa avere un ruolo alla pari a livello strategico nello scacchiere mondiale e, pertanto, si starebbe dando da fare per frenare ogni suo sviluppo tecnologico.

Non a caso, già alcuni giorni fa il capo della Casa Bianca aveva avanzato diverse ipotesi, confermate dal suo Dipartimento di Stato, per tentare di indebolire il primato industriale cinese. Tra queste, un pacchetto di incentivi fiscali e sussidi di re-shoring per far rientrare le aziende americane che hanno delle sedi o delle fabbriche delocalizzate in Cina. Trump, inoltre, è passato anche al ricatto, minacciando di far saltare l’accordo sulla Fase Uno se Pechino non rispetterà l’impegno di acquistare nei prossimi due anni 200 miliardi di dollari di merci aggiuntive prodotte negli Stati Uniti. Si parla anche di sanzioni unilaterali o di nuovi dazi commerciali.

A ciò si aggiunge una nuova mappa di alleanze commerciali alla quale già lavora l’Amministrazione a stelle e strisce. Rapporti economici in diversi settori con Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Vietnam e con qualche Paese sudamericano, come la Colombia, dove potrebbero andare a finire a condizioni vantaggiose le aziende disposte a salutare definitivamente la Cina.

Una prospettiva che a Pechino non piace affatto e che Jinping prende come un’offesa di Stato. Le accuse di avere provocato la pandemia mondiale di coronavirus in un laboratorio di Wuhan vengono definite come «manipolazione politica o stigmatizzazione che prende a pretesto l’epidemia per seminare discordia tra Paesi tende a minare la necessaria cooperazione internazionale contro la pandemia». Lo stesso dicasi a proposito delle affermazioni sulla presunta volontà delle autorità cinesi di avere nascosto la portata del Covid-19 e di avere volutamente tagliato le esportazioni delle sue forniture mediche prima di notificare all’Organizzazione mondiale della Sanità la pericolosità del virus. Così, Jinping da una parte continua a distribuire in decine di Paesi di tutto il mondo degli aiuti sanitari mentre, dall’altra, studia le prossime mosse per rispondere all’affronto americano. Mosse che, come si diceva all’inizio, non escluderebbero il ricorso alle armi, se Pechino dovesse accogliere i suggerimenti della sua intelligence.

Ad alimentare ulteriormente i timori che le peggiori ipotesi possano diventare una drammatica realtà, c’è sempre l’atteggiamento di Trump. Il presidente americano non sembra intenzionato a fare marcia indietro, anzi: è più convinto che mai che la strada della guerra economica contro la Cina possa portarlo dritto dritto verso la rielezione alla Casa Bianca. Trump, in un gesto degno di chi sa di non avere ormai nulla da perdere, ha deciso di avviare un doppio polso: uno, appunto, contro la Cina e l’altro contro il suo avversario alle presidenziali, il democratico Joe Biden. Il magnate non solo vuole dimostrare di essere più forte di Jinping, ma lancia il guanto di sfida a Biden affinché gli americani vedano chi dei due è più in grado di contrastare il nemico asiatico. Un duello che non si prospetta, certo, come una «guerra tra poveri», ma che rischia di coinvolgere la stabilità politica ed economica di tutto il mondo.

Fonte: la legge per tutti

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